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Questa misura rischia di diventare la pietra tombale sulla speranza di creare dei fondi pensione in Italia.
Dunque, è un’operazione che va a svantaggio dei lavoratori più giovani, quelli che hanno maggiormente bisogno di previdenza integrativa per garantirsi un reddito adeguato quando andranno in pensione.
Tutto questo a fronte di un beneficio temporaneo per i conti pubblici (inizialmente vi sono solo entrate, vale a dire i flussi di TFR), poi, però, si crea un debito crescente dello Stato nei confronti dei lavoratori, scaricando i costi sulle gestioni future.
L’operazione è a forte rischio di bocciatura europea.
Per i lavoratori
La Finanziaria varata dal governo prevede di utilizzare il 50 per cento dei flussi di Tfr "inoptati", cioè non espressamente destinati dai lavoratori ai fondi pensione, per alimentare un fondo per il finanziamento delle infrastrutture istituito presso la Tesoreria.
Si prevede in questo modo di raccogliere 5,2 miliardi di euro. Il flusso annuale verso il Tfr è di circa 13,5 miliardi, dunque il flusso potenziale verso le casse dello Stato è di 6,75 miliardi (il 50 per cento di 13,5 miliardi), ciò significa che la Finanziaria "scommette" che quasi l’80 per cento dei dipendenti non eserciteranno l’opzione di destinare parte del Tfr ai fondi pensione integrativi.
Si tratta, in altre parole, di una scommessa contro l’interesse dei lavoratori più giovani, che hanno necessità di alimentare la previdenza integrativa per garantirsi una pensione adeguata.
Il risultato:
- la riforma delle pensioni resta incompiuta;
- i ritardi nello sviluppo della previdenza integrativa sono ormai incolmabili;
- le generazioni più giovani sono chiamate ancora una volta ad accollarsi i costi presenti e futuri.
Per le imprese
Lo scambio cuneo-Tfr è un’operazione squallida e demagogica. Se con una mano lo Stato dà 6 miliardi di euro alle imprese, abbattendo il cuneo fiscale (ancorché parziale rispetto ai 10 miliardi di euro previsti e promessi), con l’altra ne toglie 5,2 (con un flusso potenziale che potrebbe arrivare fino a 6,75 miliardi di euro).
Gli imprenditori sono furiosi perchè si vedono portar via parte della liquidità che dovranno sostituire con soldi a prestito a costi più elevati, visto che le banche applicano tassi più elevati rispetto al "costo" agevolato del Tfr.
Il Tfr "costa" circa il 3%, mentre un prestito bancario il doppio, cioè il 6%.
Per le PMI (presso le quali è depositato circa l’80% dello stock di Tfr) l’aggravio sale ancor di più anche in ragione dell’applicazione delle nuove norme dell’Accordo di Basilea, che renderanno l’accesso al credito più regolato e stringente.
Insomma, doveva essere la Finanziaria delle imprese, centrata sull’abbattimento del cuneo per il rilancio della competitività, invece, hanno avuto solo metà cuneo e in più si vedono togliere fondi liquidi con il trasferimento forzoso del Tfr.
(Fonte: Finanziaria; www.lavoce.info)
Scheda a cura di Renato Brunetta
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