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13 ottobre 2007
Senatori a vita, sì al dissenso democratico

Ci è permesso per una volta dissentire dalla massima carica dello Stato?

Rita Levi Montalcini è certamente, come dice il Presidente “un grande scienziato e una donna di alto sentire democratico”. Come lei, gli altri senatori a vita hanno grande autorevolezza e dovrebbero costituire un patrimonio comune, condiviso, della collettività nazionale. Al di là delle divisioni.

Ma tutto questo finisce nel momento in cui i senatori a vita rinunciano ad essere al di sopra delle parti, e avvalendosi delle loro prerogative parlamentari, fanno – legittimamente – politica. Non c’è nulla di male in questo: è nel loro diritto di membri del Senato. Fare politica però, in democrazia, significa accettarne le regole, fra le quali c’è quella di essere criticati, attaccati, e persino presi in giro.

Chi fa politica, soprattutto se ad alto livello, è un personaggio pubblico che suscita consensi e dissensi. Fa parte delle regole della democrazia. Nessuno si stupisce o invoca censure se il leader dell’opposizione, che pure rappresenta molti milioni di italiani, viene definito “psiconano”. E neppure se il Presidente del Consiglio (che purtroppo è Prodi, ma è pur sempre un’istituzione dello Stato) viene chiamato sui giornali “mortadella”.

Per i senatori a vita dovrebbe valere una speciale impunità? No, se fanno politica attiva, se esercitano il diritto di tenere in piedi o far cadere i governi.

La stampella regalata alla professoressa Levi Montalcini è una trovata poco divertente, se vogliamo, e anche di gusto discutibile, ma è del tutto legittima.

Non è una “mancanza di rispetto” né una “intimidazione”, Presidente Napolitano, è una manifestazione di dissenso. Che è il sale della democrazia.

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