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30 settembre 2007
Tv. L'intervento dell’Authority sul Pd

Corrado Calabrò, presidente dell’Authority per le Garanzie nelle Comunicazioni (Agcom), è entrato a gamba tesa nel dibattito politico che contrappone destra e sinistra alla vigilia di un appuntamento importante come sarà la nascita del Partito Democratico, cioè la fusione di ciò che resta del Pci-Pds-Ds e della Margherita.

Sollecitato evidentemente dai due maggiori partiti di Governo che temono un flop delle primarie del Pd, Calabrò ha "invitato" perentoriamente tanto le reti televisive pubbliche quanto quelle private a dare il "giusto risalto" all’iniziativa che porterà alla nomina, quasi certa, del compagno Walter Veltroni alla segreteria del nuovo soggetto politico.

Un intervento falloso, quello del Presidente dell’Agcom, al limite del "cartellino rosso", perché la sua Authority non può obbligare i direttori delle testate televisive a trasmettere quello che vuole un Ente esterno pur deputato a garantire il pluralismo dell’informazione; se così accadesse - e ci auguriamo che i manager della Rai e di Mediaset, de La 7 e di Sky non accolgano il suggerimento di Calabrò - verrebbe meno il principio costituzionale della libertà di stampa e di pensiero prefigurando un regime mediatico.

Hanno dunque ragione coloro che, tanto a destra quanto a sinistra, hanno contestato la direttiva dell’Agcom e hanno ragione coloro che chiedono un intervento dello stesso Garante per le Comunicazioni a proposito delle prossime manifestazioni politiche di protesta.

L’Authority, insomma, non può procedere a corrente alternata: imporre, da una parte, l’Ulivo-tv e, dall’altra, fingere di dimenticare avvenimenti similari e altrettanto importanti per la vita politica del Paese.

In ogni modo, con questa direttiva (che avrebbe incontrato la contrarietà di due commissari e quindi non sarebbe stata votata all’unanimità come invece hanno fatto sapere dalla stessa Authority) il presidente Calabrò si è schierato al fianco dell’attuale regime pur essendo stato nominato dal centrodestra.

Se, comunque, dobbiamo intravedere il lato positivo della vicenda si può dire che la discutibilissima direttiva dell’Agcom ha scoperchiato un’altra magagna di questo Stato spendaccione e inconcludente: l’Authority, in sintesi, è un altro carrozzone mangiasoldi.

Pensate: Calabrò si mette in tasca 440 mila euro lordi l’anno, gli otto commissari - nominati dal Parlamento - percepiscono 11.500 euro netti al mese. Ciascuno di loro ha diritto alla macchina blu e all’autista, a 30 mila scatti gratuiti l’anno del cellulare privato, a 100 euro di vitto al giorno.

L’Authority ha due sedi: quella principale a Napoli che occupa 17 piani di un grattacielo nel quale lavorano 419 persone (fino al 2003 di piani ne occupava 25 dove largheggiavano 80 dipendenti) e per il quale lo Stato paga un affitto di 2 milioni e 200 mila euro l’anno; e quella cosiddetta "operativa" in via delle Muratte, vicinissima a Montecitorio.

Uno spreco che, a quanto pare, continuerà ancora visto che il sindaco ulivista di Napoli, Rosa Russo Iervolino, dinnanzi al ventilato, ulteriore ridimensionamento della sede principale ha sollevato il problema dell’occupazione: non solo dei 419 dipendenti dell’Agcom, ma anche di coloro che lavorano per Vodafone, Telecom, Tim, Wind, Fastweb, Inet, Eutelia cioè di quelle società che hanno installato i loro uffici proprio a Napoli in considerazione del fatto che la città già ospitava l’Agcom stessa e che, di fronte allo smantellamento dell’Authority, potrebbero decidere di migrare verso Roma. Insomma, un’altra casta. Un’altra casta al servizio del Governo ulivista.

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