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4 agosto 2007
Pd. E ora tutti in riga
La gara per la segreteria del Partito Democratico è ormai definita. Esclusi i "corsari", le irruzioni estemporanee e mediatiche, quelle di Di Pietro e Pannella, autoesclusasi quella di Furio Colombo, privo della minima organizzazione per raccogliere firme formalmente valide, a restare in campo, a parte alcuni outsider trascurabili quanto a peso politico, restano tre protagonisti: Walter Veltroni, sempre largamente favorito, anche per l’appoggio massiccio dei Ds, la cui unità è rimasta totale; Rosy Bindi, la prima a rompere l’incantesimo veltroniano esprimendo l’inquietudine della Margherita dinanzi alla prospettiva di una "assimilazione" da parte dei Ds; Enrico Letta, il più vicino a Romano Prodi, accolto con favore da Arturo Parisi, che peraltro non disdegna neanche la "pasionaria". La Bindi si presenta come campionessa delle donne, Enrico Letta, come il rappresentante trenta-quarantenni esclusi fin qui dal giuoco politico.

A guardar bene, però, la contesa vera e propria fra gli "anti-Veltroni" rimasti in gara resta debole nel senso della chiarezza di linee politiche diverse e alternative. Anzitutto: i due candidati della Margherita sono membri autorevoli del governo. L’una, la Bindi, ne è autorevole ministro; l’altro, Letta, è addirittura sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, e dunque è il collaboratore più diretto, in certo senso esecutivo, del Presidente del Consiglio. E in effetti, sia Rosy Bindi sia Enrico Letta non hanno fatto mistero di considerare la loro presenza come una garanzia di stabilità. Al punto che la debolezza delle due candidature sta nel fatto di essere in qualche modo concorrenti anche se non antagoniste giacché si rivolgono alla stessa platea, quella rappresentata fin qui da Arturo Parisi, il più autorevole fra gli amici di Prodi e il padre, almeno ideologico del Partito Popolare.

Fra i tre, in fondo il più autonomo nei confronti dell’attuale governo, anche perché nella investitura c’è anche quella del futuro premier, è Walter Veltroni. E a lui fa capo,fra l’altro, la più importante e ufficiale delle liste della Margherita, quella di Fioroni e di Rutelli, autore di quel "manifesto dei coraggiosi" che si presenta come la posizione più critica rispetto alla attuale coalizione.

Lo steso Veltroni tuttavia, il giorno della presentazione delle liste ha così sintetizzato la sua posizione: il Pd nasce per rendere più stabile la situazione politica, e al momento il governo ha fatto cose buone nella sua esistenza, ma avrebbe potuto fare meglio senza le "ombre delle rivalità interne". Tesi curiosa, perché cerca di distinguere il governo e le sue opere dalle "ombre delle rivalità" che agli occhi di tutti esistono non solo all’interno della maggioranza, ma del governo come sta a dimostrare, in questi giorni, la contrapposizione, su pensioni e welfare della "banda dei quattro", composta da quattro ministri solidali fra loro, da Ferrero a Mussi a Bianchi, dl Pdci, a Pecoraro Scanio. Un saggio dell’impostazione onnicomprensiva del candidato-principe Veltroni.

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