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Le metamorfosi di Piero Fassino e del suo partito continuano a sorprendere. Anzi, per dirla con sincerità, a sconcertare. Dopo i mea culpa e le riabilitazioni postume, dopo la scoperta del garantismo (a corrente alternata), stamattina sul Corriere della Sera abbiamo appreso che, secondo il segretario della Quercia, “i giornali sono organica parte del sistema politico-istituzionale e condizionano i comportamenti delle forze politiche. Insomma sono un competitore”. E questo, secondo Fassino, è molto negativo perché “un’azione di delegittimazione della politica apre le porte a derive populiste e plebiscitarie” e via filosofeggiando. La lettera si chiude con l’augurio che il Corrierone non segua questo andazzo e non voglia assecondare questi pericoli.
Da dove nasce la presa di posizione di Fassino? Perché il segretario Ds arriva a scrivere che il giornalismo non fa più informazione, ma orienta la formazione della leadership e condiziona, in definitiva, la politica?
Perché la vicenda Unipol sta seriamente e pesantemente ammaccando l’immagine di un partito che sul fronte morale si è sempre sentito superiore a tutti gli altri.
Perché dalle intercettazioni viene fuori un quadro di spregiudicatezza politico-finanziaria dello stesso Fassino, del totem diessino D’Alema e di altri esponenti della Quercia davvero imbarazzante. Le paginate su giornali, fino a qualche tempo fa amici, hanno infastidito parecchio i capi del partito. Gli editoriali di grandi e prestigiose firme sullo stesso Corriere che bacchettano la Quercia sul caso Unipol hanno evidentemente lasciato il segno, tanto da innervosire il segretario che adesso scopre che i giornali italiani invadono il campo della politica. Dovrebbe ricordare il buon Fassino, e se non lo fa è in malafede, che i grandi giornali italiani, dal Corriere alla Stampa a Repubblica, ormai da anni hanno scelto una linea editoriale benevola e a volte ruffiana con il centrosinistra, assecondandone le voglie di apparire come una coalizione seria, autorevole e legittimata dai cosiddetti poteri forti.
Che dire della recente intronizzazione di Veltroni dalle pagine dei giornali amici che pubblicano anche con enfasi e spazio esagerato i proclami programmatici del sindaco di Roma?
E dov’era Fassino tanti anni fa quando il Corriere della Sera, con un’azione inqualificabile del suo direttore Mieli, pubblicò con grande evidenza la notizia di un avviso di garanzia a Berlusconi, mentre ospitava da premier a Napoli i leader della Terra, per un indagine morta poi miseramente? Perché non si indignò e non denunciò allora l’invasione di campo della stampa? Cosa bisogna pensare dunque della lettera di stamattina a cui il Corriere ha risposto con elegante durezza? Che il segretario dei Ds scopre l’acqua calda? Che sa benissimo che i grandi giornali da tempo aiutano spudoratamente il centrosinistra ed il governo Prodi e non soltanto in modo latente?
Pensiamo che Fassino abbia apprezzato molto l’endorsement di Paolo Mieli all’Unione di Prodi pochi giorni prima del 9 aprile e che non gli sia passato per la mente che i giornali debbano limitarsi ad informare e a commentare i fatti come ricorda oggi nella sua lettera.
Come la storia del garantismo sulle telefonate imbarazzanti con Consorte, anche questa dei giornali invadenti è il goffo e patetico tentativo di un partito di difendere l’indifendibile e di voler ribadire, nonostante la realtà sia ben altra, la propria superiorità morale e la propria diversità.
Tra l’altro sull’ipocrita “questione morale” il Pci prima e i suoi eredi dopo, hanno costruito una solida posizione di rendita che non è stata scalfita negli anni passati nemmeno dal copioso tintinnare dei rubli di Mosca su cui i giornali amici non hanno mai scritto una riga.
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