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I dati ufficiali sono riduttivi e tuttavia tali da allarmare consumatori ed economisti: in marzo l’inflazione ha raggiunto il 3,3 per sento rispetto al 2,9 del mese precedente.
È un record negativo e ci riporta indietro di 12 anni, al 1996, quando fu registrata un’eguale impennata del costo della vita.
È singolare: in quell’anno Romano Prodi col centrosinistra arrivava al potere, oggi ingloriosamente lascia il Palazzo, ma riesce a chiudere il cerchio negativo ribadendo le cifre del suo fallimento. La politica economica del centrosinistra è stata un autentico disastro e l’eredità che lascia è pesantissima.
Il balzo del carovita preoccupa tutte le famiglie italiane impoverite dalla sciagurata politica fiscale del governo dell’Unione: imposte dirette e indirette, bolli e balzelli di ogni genere hanno decimato stipendi e pensioni e il carovita fa il resto, riducendo il potere d’acquisto.
Le cifre sono allarmanti: il prezzo della pasta in un anno è aumentato del 17%, il pane del 13,2, la carne del 4, la frutta del 5,8, gli ortaggi del 4,8 e il latte del 10,5%.
Non è tutto. Sono aumentati in maniera rilevante i prodotti energetici: il gasolio del 20,2 in un anno, la benzina del 13,2%.
Le associazioni dei consumatori hanno calcolato che mediamente le famiglie italiane dovranno pagare - per spesa, bollette e pieno – ben 1.700 euro in più rispetto all’anno scorso. Sempre che i prezzi non continuino a correre: in quel caso, purtroppo le previsioni non confortano, il maggior esborso sarebbe ancora più rilevante.
Il governo di Romano Prodi è riuscito a realizzare un mix negativo micidiale: crescita azzerata e prezzi al galoppo.
Vale la pena di ricordare che il governo di centrodestra nel 2006 passò la mano con l’inflazione al 2%; il carovita con Prodi è cresciuto di più del 50 %.
Scaricabarile
Gli esponenti del governo e del Pd – che del prodismo costituiscono la continuazione – tendono a scaricare le responsabilità del carovita su fattori esterni. A proposito degli aumenti dei generi alimentari si tirano in ballo la riduzione delle superfici coltivabili (a causa della preferenza data al bioetanolo) e all’esplosione della domanda in Cina, India e in altri Paesi emergenti. Ciò è vero soltanto in parte. Il governo Prodi ha precise responsabilità. Innanzitutto, non ha saputo difendere, come avrebbe dovuto e potuto, l’agricoltura italiana dalle tensioni esterne, favorendo la razionalizzazione dei sistemi produttivi e incentivando le colture più richieste dai consumatori. Non ha saputo difendere nemmeno le specialità più pregiate del made in Italy, insidiate da contraffattori che operano in diversi angoli del mondo.
Ma gli aumenti dei generi alimentari dipendono in gran parte dall’oppressiva politica di spremitura fiscale che ha scaricato su tutte le aziende, grandi e piccole, di produzione e di distribuzione, i maggiori costi provocati da un prelievo sproporzionato. Inoltre. aumentando i costi degli adempimenti burocratici, dei bolli e delle autorizzazioni si impone alle aziende, specie a quelle più piccole, di alzare i prezzi o di scomparire.
E l’aumentata pressione sulle aziende si è avuta mentre la riduzione dei consumi, dovuta a sua volta al maggior prelievo su stipendi e pensioni, ne aggravava le difficoltà. La politica economica del governo Prodi ha creato un circolo vizioso che ha contribuito a impoverire i consumatori danneggiando gli operatori economici.
I costi dell’energia
A rendere più complessa e difficile la situazione intervengono, ancora, i costi dei prodotti energetici.
Il prezzo del petrolio si è stabilizzato sopra i 100 dollari al barile e il pieno per gli italiani diventa sempre più costoso, insieme alle bollette della luce e del gas. Ma non è tutta colpa del petrolio. Non dimentichiamo le tasse: sui prezzi dei carburanti il prelievo fiscale conta per il 60% circa, e le tasse che gravano sull’energia elettrica sono in Italia fra le più alte d’Europa.
Ma oltre alle "accise" sui prezzi dell’energia pesa l’imprevidenza del governo Prodi, la sua incapacità di formulare e realizzare un piano energetico efficace, tale da ridurre per il nostro Paese i contraccolpi delle fluttuazioni dei mercati internazionali.
La "politica del no", che ha caratterizzato l’esecutivo di Romano Prodi, ha impedito, ad esempio, di rendere più stabili i prezzi del gas che importiamo. Con i rigassificatori avremmo potuto importare gas allo stato liquido per mare (da riportare allo stato originario proprio in quegli impianti). Si sarebbero realizzate delle economie e si sarebbe ridotta l’alea di un’interruzione improvvisa delle forniture a opera di qualche Paese attraversato dal gasdotto. C’è di più. Potenziando gli impianti di stoccaggio, si potrebbero aumentare le scorte, sottraendo in parte i prezzi alle oscillazioni repentine del mercato. Ma la componente ambientalista della sinistra radicale ha impedito anche la realizzazione di depositi più capaci.
Gli esperti affermano che è inutile attendersi in tempi brevi una riduzione dei prezzi del greggio. Il Pd, erede e continuatore del prodismo, punta sulle cosiddette energie alternative (solare, idrogeno eolico) fingendo d’ignorare che questa scelta richiede tempi molto lunghi. Il nucleare può e deve essere la soluzione dei nostri problemi, il mezzo per ridurre la dipendenza dall’estero, ma vecchi pregiudizi ideologici impediscono alla sinistra di essere realista.
Il peso delle tariffe
Il costo della vita si è impennato anche a causa degli aumenti delle tariffe (ferrovie, autostrade, servizi forniti da enti e consorzi municipali e regionali). Presto s’impennerà anche il prezzo dell’acqua in diverse zone del Paese. Ma anche per questo capitolo pesa l’inefficienza del governo, che non ha voluto e saputo liberalizzare, smantellando le strutture che riproducono elementi di socialismo reale in comuni e regioni.
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