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Sono sempre più in affanno migliaia di famiglie italiane. Si destreggiano fra le insidie dei rincari, con infinita pazienza dedicano sempre maggiore attenzione alla scelta di mercati e mercatini, ma quasi sempre soccombono nell’impari confronto col galoppante costo della vita. Secondo i dati ufficiali, l’inflazione è arrivata quasi al 3 per cento, ma i sistemi di rilevazione sono farraginosi e distanti dalle difficoltà della spesa quotidiana: i rincari effettivi sono almeno al 6 per cento, per l’impatto dei rincari dei generi alimentari, dell’energia, dei carburanti.
Qualche mese fa si parlava della "sindrome della quarta settimana", dell’impossibilità, cioè, per moltissime famiglie di far fronte alla spesa degli ultimi sette giorni del mese con le abituali entrate da stipendi e pensioni. Ebbene, adesso per troppi italiani la crisi arriva con la terza settimana.
I dati sono noti. I generi alimentari mediamente sono aumentati del 5 per cento, con punte del 10 e del 12,5 per pane e pasta, del 3.9 per la carne bovina, di circa il 4 per latte e formaggi, senza contare i rincari di pesce, frutta, verdura.
Una lotta impari fra le ridotte risorse dei capifamiglia (stipendi e pensioni decimati dall’insostenibile pressione fiscale) e la corsa di prezzi, bollette, tariffe. Troppi bilanci familiari escono stritolati da questo scontro che immiserisce il Paese e lo rende insicuro e preoccupato del futuro. L’Italia riscopre disagi e ristrettezze che ritenevamo superati da decenni. È questo salto all’indietro l’aspetto più immediato e preoccupante del danno provocato al Paese dal governo di Romano Prodi, con la cui nefasta eredità ci dovremo misurare nell’impegno di ridare fiducia e futuro agli italiani.
Non cerchiamo le colpe fuori dai confini
L’impennata del carovita si è cominciata a registrare negli ultimi mesi del 2007.
La propaganda governativa si è affrettata ad addebitarla a fenomeni esterni all’Italia, come se le scelte economiche del governo dell’Unione non avessero avuto alcun peso. Si è detto che gli aumenti dei generi alimentari sono stati la conseguenza delle tensioni dei prezzi di cereali e foraggi sui mercati internazionali, vuoi per la riduzione delle aree coltivabili, vuoi per l’esplosione della domanda dei Paesi emergenti. Questa tesi è vera soltanto in parte e la prova è data dal fatto che in altri Paesi d’Europa l’inflazione è, sì, salita, ma senza assumere le proporzioni vistose e devastanti registrate in Italia. Le politiche dei singoli Stati nazionali possono ingigantire o frenare le distorsioni dovute alle tensioni internazionali. In Italia il governo di Romano Prodi ha dato il peggio di sé anche su questo fronte.
La madre di tutti gli errori resta la pressione fiscale record, che è stata la scelta qualificante e punitiva del governo condizionato dalla sinistra radicale.
Non dimentichiamo mai che il governo Prodi si è caratterizzato per avere introdotto nel sistema tributario italiano 67 nuove imposte, oltre ad inasprire altre gabelle vigenti. Questa stretta soffocante ha reso grama la vita di troppe famiglie, ma nel contempo ha vessato e indebolito migliaia e migliaia di aziende, specie medie e piccole, mettendone a rischio la sopravvivenza e la funzione. Tutto questo non poteva restare senza conseguenze sui prezzi. Non è possibile aumentare imposte, bolli e costi burocratici su aziende produttrici e distributrici, su agricoltori e commercianti, grossisti e dettaglianti, senza che un simile, inevitabile aumento di costi si ripercuota sui prezzi.
Spesso i propagandisti del governo hanno puntato il dito sulla speculazione e sugli speculatori, dimenticando che l’esecutivo di Romano Prodi ha azzoppato troppe aziende, costringendole a una politica dei prezzi che anteponeva la sopravvivenza all’interesse strategico: perché produttori e distributori, autotrasportatori e fornitori dei servizi non hanno alcun interesse a comprimere i consumi, hanno interesse ad espanderli.
C’è di più. Il governo Podi non ha fatto nulla per sostenere e promuovere l’agricoltura italiana, per difenderne la specificità che le consentirebbe di attenuare le spinte negative provenienti dall’esterno. Ha soltanto colpito col randello fiscale, senza preoccuparsi degli effetti di questa cura selvaggia, primitiva.
Il barile espiatorio
Lo stesso discorso di fondo vale per i rincari dei prodotti energetici. Certamente la corsa del prezzo del petrolio è all’origine di difficoltà e problemi per tutti i Paesi industrializzati, ma non si può fare del greggio il barile espiatorio per coprire una politica fallimentare. Il governo Prodi non ha espresso nessuna valida politica energetica, anzi ha fatto sì che l’Italia restasse ancor più prigioniera della sua dipendenza dall’estero. Ha bloccato i rigassificatori - che avrebbero potuto rendere più economica l’importazione di gas - e non ha voluto l’ampliamento degli impianti di stoccaggio che avrebbero consentito di ridurre la dipendenza dalle oscillazioni di prezzo. Soprattutto, non ha ridotto l’imposizione fiscale sui carburanti, il cui prezzo è determinato per oltre il 50 per cento dall’imposizione tributaria.
Tariffe e mutui
Pur conoscendo le difficoltà delle famiglie e delle imprese, ha favorito una politica tariffaria miope e dannosa. Sono aumentate tariffe ferroviarie, pedaggi autostradali, bollette di ogni genere.
I mutui a tasso variabile strangolano tantissime famiglie, ma il governo Prodi, oltre a non sviluppare nessun programma per le case ai giovani, non ha impegnato le banche ad alcuna politica a favore delle famiglie finite nella stretta dei mutui.
E adesso milioni di italiani sono nella morsa del carovita, del pieno che ha prezzi proibitivi, delle bollette insostenibili.
Il centrosinistra può essere fiero delle sue devastazioni ed è inutile che il Pd si affanni a promettere tutto ciò che, col suo appoggio determinante al governo Prodi, fino a oggi ha reso impossibile. |