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Un film già visto. Il provvedimento giudiziario che ha abbattuto il ministro della Giustizia, in cronometrica coincidenza con il suo intervento alla Camera sulla riforma della magistratura, ricalca quello che colpì il presidente del Consiglio Berlusconi nel giorno dell’apertura del convegno mondiale sullo stato della giustizia. La storia si ripete, ma con una differenza. Allora Berlusconi fu linciato dalla sinistra per aver reagito alla prima cannonata della persecuzione giudiziaria ai danni suoi e del centrodestra. La degenerazione dell’azione penale, ridotta ad arma impropria di lotta politica, fu esaltata in nome dell’indipendenza della magistratura e la reazione combattiva della vittima criminalizzata come vilipendio dell’ordinamento. A fare quadrato intorno a Berlusconi, per dargli la forza di resistere all’aggressione, furono gli elettori non la classe politica.
Ieri, invece, la denuncia degli abusi commessi da magistrati militanti, che ha accompagnato le dimissioni del ministro Mastella ha suscitato alla Camera un moto trasversale di solidarietà, con qualche distinguo nella maggioranza. Sarebbe auspicabile che fosse il segno di una politica meno avvelenata dallo spirito di fazione che vuole riprendere coscienza di sé e della minaccia rappresentata dall’impazzimento dei poteri corporativi. Come sempre accade, la creatura si ribella al suo creatore. Ora che viene colpita nel suo campo, la sinistra, che aveva creato un Golem in toga rossa per servirsene contro gli avversari, è costretta a prendere atto che la sua creatura è sfuggita al controllo e usa i poteri di cui dispone per le sue guerre private.
Oggi l’ordinamento democratico deve difendersi dall’unico golpe possibile: quello realizzabile attraverso l’abuso del codice penale in mano a magistrati fuori controllo.
Mastella, nell’appassionata requisitoria con cui ha motivato le dimissioni, in nome di affetti familiari divenuti ostaggio della guerra privata di una procura, non avrebbe potuto svolgere un intervento più efficace a favore della necessità di una vera riforma per l’amministrazione della giustizia.
Troppe intercettazioni telefoniche disposte senza giustificato motivo, manipolate e date in pasto all’informazione per creare casi giudiziari che non reggono alla prova del dibattimento.
Troppo lunghi i tempi dei processi, con le sentenze di assoluzione che non rendono giustizia a innocenti distrutti dall’esposizione alla gogna mediatica.
Troppo spirito omertoso nel modo come la corporazione esercita il potere di autogoverno riconosciuto dalla Costituzione con ben altri presupposti.
Troppa indulgenza nei confronti di “errori” giudiziari affrancati dal dovere di renderne conto in sede di responsabilità civile.
Troppa confusione nei ruoli indistinti tra magistrati giudicanti e magistrati dell’accusa, divenuta parte dell’anomalia italiana, senza riscontro negli altri ordinamenti.
Le conseguenze si vedono: un Paese senza giustizia. Senza sicurezza a causa di indagini giudiziarie che mettono una polizia deresponsabilizzata sotto il controllo di magistrati incompetenti. Senza la possibilità di sviluppare una dialettica politica che non sia ostaggio dell’irruzione, più o meno mirata, di uno sfrenato protagonismo giudiziario. O peggio. Fino a quando la politica tollererà uno stato di cose incompatibile con il normale funzionamento dei poteri democratici in un paese civile? |