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Governo senza pace. Il protocollo sul welfare - presentato nel luglio scorso come elemento di svolta nell’azione dell’esecutivo ed esempio di armonia sociale - torna ad essere al centro di un aspro scontro all’interno del governo e della maggioranza. Martedì sera c’è stato un primo vertice per tentare di concordare alcuni ritocchi al disegno di legge in cui il protocollo è stato trasfuso, ma la riunione non ha sortito alcun effetto positivo. Nella notte è stato indetto un secondo vertice, ma i rappresentanti di Rifondazione comunista polemicamente non hanno voluto partecipare all’incontro.
Si ripropone la contrapposizione netta fra la sinistra radicale e i cosiddetti riformisti, mentre i moderati dell’Unione, Dini in testa, minacciano di non votare il ddl nel caso in cui i cedimenti all’ala massimalista comportassero ulteriori oneri per le finanze dello Stato. È molto probabile che per la votazione del testo venga posta la questione di fiducia, ma è difficile dire se questo basterà a garantirne l’approvazione.
Iter tormentato
La vicenda del protocollo ha già provocato tensioni e polemiche e i nodi originari ora vengono al pettine, mentre si riducono i margini per nuovi compromessi.
L’accordo fu raggiunto fra governo e parti sociali all’alba del 23 luglio scorso, dopo una laboriosa trattativa finale. Sindacati e Confindustria ritennero che l’intesa su pensioni, mercato del lavoro e ammortizzatori sociali costituisse un accettabile compromesso, ma la sinistra radicale espresse la sua opposizione, sostenendo le tesi dell’ala più dura e intransigente della Cgil. Furono subito in allarme anche i riformisti e i moderati dell’Unione, i quali temevano che le pressioni dell’ala estrema avrebbero portato a un peggioramento di quel compromesso già ritenuto oneroso per le finanze pubbliche.
Polemiche aspre si registrarono poi in ottobre, quando il consiglio dei ministri trascrisse il protocollo in un disegno di legge. Insorsero sia i sindacati sia la Confindustria sostenendo che il testo non rispecchiava correttamente l’intesa. Incalzato, il governo dovette riscrivere il testo.
Controriforma
Il compromesso, ad ogni modo, è stato fatto al ribasso. Di segno chiaramente controriformistico lo schema adottato per il sistema pensionistico. La riforma attuata dal centrodestra nel 2005 - e apprezzata dai vertici europei - avrebbe comportato, dal primo gennaio 2008, un’età minima di 60 anni (con 35 di contributi) per la pensione di anzianità. Si andava di pari passo con l’Europa - negli altri Paesi dell’Ue si è innalzata l’età pensionabile - e si adeguava la previdenza al trend demografico e all’aumento della vita media, all’invecchiamento della popolazione. La riforma del centrodestra puntava all’equilibrio, nel tempo, dei conti pensionistici e avrebbe garantito i trattamenti per i giovani che cominciano o hanno appena cominciato a lavorare.
Intanto, avrebbe assicurato risparmi rilevanti che a regime, nel 2011, sarebbero ammontati a 9 miliardi.
Per demagogia, accogliendo le richieste antistoriche della sinistra veterocomunista, l’Unione nel suo programma elettorale si è impegnata a cancellare la riforma del centrodestra con lo "scalone" dei sessant’anni. Una volta al governo, Prodi e alcuni dei suoi alleati si sono resi conto che l’abolizione pura e semplice dello scalone, la conferma dei 57 anni di età minima per il trattamento di anzianità, avrebbe sfasciato il sistema rendendolo insostenibile: già in Europa siamo il Paese che spende di più per le pensioni, oltre il 14 per cento del Pil.
È nata così l’idea dello scalino dei 58 anni, con innalzamento graduale e progressivo della soglia di età entro il 2012.
Da 60 a 58: è sempre e comunque un arretramento, con oneri rilevanti per la finanza pubblica e la certezza di futuri dissesti contabili per l’Inps. Non basta: oltre alla riforma del centrodestra, è stata svuotata anche la riforma Dini del 1995.
Secondo quelle norme i trattamenti vitalizi saranno calcolati, per i pensionati di domani, sulla capitalizzazione dei contributi versati. Ma, a margine del protocollo sul welfare, per ingraziarsi la sinistra radicale, il governo si è impegnato a garantire ai futuri pensionati almeno il 60 per cento dell’ultima retribuzione. Ma il mantenimento di questa promessa, per i lavoratori che non potranno vantare contributi sufficienti comporterà un onere gravoso per la spesa pubblica, onere che genererà l’inasprimento di tasse e contributi previdenziali.
Sinistra radicale all’attacco
Ma all’ala estrema dell’Unione nemmeno lo scalino va bene. Per cecità ideologica, la sinistra radicale ritiene che il diritto ad andare in pensione a 57 anni sia intoccabile e preme perché lo scalino dei 58 sia aggirato allargando la categoria dei "lavori usuranti".
I lavoratori "usurati" potrebbero smettere a 57 anni e più aumenta il loro numero più si svuota, di fatto, la stessa controriforma. Con un aggravio insostenibile per la finanza pubblica. Già lo scalino ha dissolto buona parte del "tesoretto", dove si arriverà? Gli usurati sono i cittadini per i quali si prepara un futuro di tasse crescenti per coprire una spesa incontrollabile.
La polemica assenza di Rifondazione dal vertice notturno si deve proprio al contrasto sui lavori usuranti. Anche i diniani sono polemici: affermano che non tollereranno ulteriori cedimenti al Prc.
Mercato del lavoro
Il protocollo sul welfare sostanzialmente mantiene i contenuti qualificanti della legge Biagi, interviene con limitazioni sull’utilizzo dei contratti a tempo determinato ed elimina alcuni istituti, di fatto scarsamente utilizzati, sul lavoro a chiamata.
Ma questo alla sinistra radicale, che avrebbe voluto la cancellazione della legge Biagi, non va bene. È l’altro punto di forte contrasto nella maggioranza e nel governo. Vale la pena di sottolineare che per il ddl che dovrà tradurre in norme vincolanti il protocollo di luglio sono stati presentati molto emendamenti da parte di parlamentari dell’Unione. La sinistra estrema spinge per smontare la Biagi, radical-socialisti e moderati chiedono che si mantenga la flessibilità e che sia ampliato anche il ricorso al "lavoro a chiamata".
Le tensioni registrate in occasione del voto al Senato sulla finanziaria si ripropongono, con identiche motivazioni, per il passaggio parlamentare del protocollo sul welfare.
Resta da vedere se anche questa volta la coalizione, già politicamente dissolta, terrà "per senso di responsabilità". |